Alberto Magnaghi
Il nuovo municipio: un laboratorio di democrazia partecipativa per una economia solidale(1)
(dal n.2/2004 di MAUSS - "Quale 'altra' mondializzazione", a cura di Alain Caillé e Alfredo Salsano, Bollati Boringhieri, Torino 2004)

1. Lo sviluppo delle società locali come opposizione radicale alla globalizzazione economica

Per intervenire nel dibattito riprendo alcune argomentazioni che hanno portato alcuni ricercatori della “scuola territorialista italiana”, a partire dai temi sollevati dal Progetto locale(2), a proporre un manifesto sintetico, la Carta del nuovo municipio(3), sui temi della costruzione di spazi e pratiche di nuova democrazia partecipativa finalizzati al perseguimento di modelli di autogoverno municipale per uno sviluppo locale autosostenibile, dove la parola “sviluppo” è riferita principalmente alla crescita della società locale e ai suoi stili di vita per la realizzazione di benessere e ben-vivere. Questo manifesto ha assunto il ruolo di una proposta politica(4), utopicamente allusiva a un mondo plurale de-gerarchizzato e solidale, per un processo di mondializzazione dal basso in grado di costruire reti di “locale di ordine superiore”, diffondere e connettere energie di risposta attiva alla globalizzazione economica.
Alla domanda generale del dibattito: un altro mondo (economico) è possibile? Rispondo decisamente: .
La sperimentazione di nuovi modelli di sviluppo locale fondati sulla autovalorizzazione durevole delle risorse sociali, ambientali, territoriali da parte della comunità locale, è la via maestra per la costruzione di forme di economia solidale; le società e i sistemi economici locali che si autogovernato, creando legame sociale attraverso l’autoriconoscimento degli attori sociali in un patrimonio identitario locale e in un progetto di futuro condiviso per la valorizzazione di questo patrimonio, sono in grado di attivare relazioni “globali” fra loro di tipo solidale e non gerarchiche. Queste relazioni, praticate alle diverse scale territoriali per affrontare problemi di diversa natura, possono dar luogo a forme di cittadinanza “multiversale”, che riconosce lo scambio fra diversi stili di vita, di produzione e di consumo. Allontanamento dalle leggi sovradeterminate del mercato mondiale, e ricostruzione dal basso di nuove regole dello scambio fra differenze, come antidoto allo sviluppo economico globale, produttore ormai di povertà crescenti, è il cammino proposto dal manifesto del Nuovo Municipio.
Occorre ancora ribadire che nei modelli di sviluppo locale di cui parliamo la parola sviluppo non denota la crescita economica, il PIL, e dunque la sovradeterminazione delle leggi dell’economia globale, ma la crescita della società locale, del legame sociale, delle reti civiche, dei luoghi pubblici funzionali allo sviluppo delle felicità pubblica, del benessere, attraverso l’autogoverno locale della produzione e del consumo. La parola “autosostenibilità” indica il principio del contare sulle proprie forze (dalla chiusura dei cicli ambientali, alla sovranità alimentare) e della responsabilità solidale (non consumare le risorse dei più poveri del mondo).
Tuttavia, sussiste ad oggi una sproporzione fra visibilità e incidenza globale dei nuovi soggetti sociali, che possono costituire gli attori concreti di questo processo, e la loro incidenza sui singoli contesti locali: il “movimento dei movimenti” che ha messo in serie difficoltà, da Seattle in poi, gli istituti sovranazionali della globalizzazione economica e le politiche della guerra imperiale con mobilitazioni puntuali crescenti a livello planetario, mai viste prima nella storia, si trova poi in difficoltà “sotto casa”, nei diversi contesti locali, nella costruzione di politiche alternative riferibili agli obiettivi generali posti nelle mobilitazioni. Queste politiche dovrebbero ad esempio produrre alternative alla privatizzazione e alla mercificazione dei servizi e degli spazi pubblici e sociali nelle città, proponendo nuove modalità di consumo e di produzione, mentre le azioni dei movimenti a livello locale risultano il più delle volte azioni puntiformi e di nicchia rispetto ad un contesto ostile dominato dalle reti lunghe della globalizzazione.
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alla constatazione di questa debolezza nella costruzione molecolare di autonomie, muove la proposta della Carta: l’incontro fra municipalità, disponibili a rafforzare la società locale nei processi decisionali, con i nuovi movimenti può costituire l’elemento decisivo per il superamento di questa debolezza attraverso l’aiuto reciproco per la liberazione dai poteri sovradeterminati, costruendo nuovi istituti di democrazia, nuovi spazi pubblici nelle città, nuove forme di autogoverno delle comunità locali.
E’ maturo ormai in Italia il problema di passare da una molteplicità di esperienze di partecipazione a carattere consultivo, concertativo e pattizio su temi specifici, con pochi attori, sovente su progetti predeterminati - ad istituti di partecipazione “costituenti” a carattere decisionale nei quali si possa discutere di progetti di futuro dei luoghi, socialmente condivisi da molti attori, che concorrano intrecciando energie economiche, culturali, sociali, tecniche, ad attuare i progetti stessi.
L’esperienza partecipativa di Porto Alegre, anche se riferita allo specifico settore del bilancio comunale, segna questo passaggio politico dalla consultazione a posteriori alla co-decisione ex ante. E’ tempo di porre con chiarezza il problema della costruzione di sedi concrete in cui poter discutere e proporre visioni di futuro che emergano dalla esplicitazione conflittuale di una vasta rappresentanza di interessi sociali e di microesperienze di autogoverno non mercantile della vita quotidiana: conflitti ed esperienze da comporre poi in un patto costituente per un futuro autosostenibile e solidale.
Questi luoghi “costituenti” (che possono essere attivati a livello di un municipio, un’unione di municipi, un sistema territoriale locale, un circondario, una autorità di valle, un “contratto di fiume”, ecc.) possono attivarsi realizzando un incontro a “mezza strada” : da una parte le amministrazioni locali che intendono politicamente predisporsi all’ascolto e all’interlocuzione con i potenziali attori sociali della trasformazione presenti su un territorio, cedendo potere alla società locale; dall’altra le componenti sociali (attori economici e culturali, associazioni, comitati, reti solidali, forum, ecc) disponibili a cercare esiti progettuali e operativi per l’altro mondo in costruzione con l’obiettivo di potenziare e moltiplicare a livello locale l’efficacia della propria azione.

2. Un incontro a mezza strada fra municipi e movimenti

Gli elementi portanti della riflessione, concretizzatasi nella “Carta”, circa le possibilità e l’utilità di realizzare questo incontro a “mezza strada”, riguardano alcune mutazioni del contesto socio-politico che influenzano oggi in modo rilevante la possibilità di restituire al municipio la sua dimensione di spazio pubblico e di governo collettivo della città e del territorio, con un richiamo alla dimensione di lunga durata della cultura municipalista italiana.
Queste mutazioni di contesto riguardano:
a - la crisi della democrazia delegata e la crescita della domanda di partecipazione;
b - il cambiamento di ruolo delle amministrazioni locali nel governo dell’economia;
c - la nuova composizione sociale dei movimenti.

La crisi della democrazia delegata e la crescita della domanda di partecipazione
La crisi dei partiti storici di massa intesi come espressione organizzata di relazioni fra società e istituzioni (reti civiche, sedi locali, associazioni, organizzazioni collaterali e conseguenti forme di rappresentanza sociale), evidenziata da una crescente disaffezione al voto, ha nel tempo costruito un “vuoto” tra società civile, individui e Stato. Questo “vuoto” ha determinato, per contrappeso, una molecolare costruzione di strutture comunitarie e reti di base autonome e una mobilitazione spontanea, alla ricerca di nuove rappresentanze, che ha segnato le recenti manifestazioni di massa (Firenze, Milano, Roma, Napoli, lo sciopero“generalizzato” dei 3 milioni a Roma il 23 marzo 2003, il 14 settembre, le piazze “mondiali” per la pace, ecc.).
Questa mobilitazione sociale, appoggiata a soggetti in parte sovradimensionati nel loro ruolo ( sindacati, girotondi, associazioni di base, intellettuali) ha espresso:
- una grande volontà di protagonismo sociale (sui temi della giustizia, dell’informazione, dei consumi, della città, della cura dell’ambiente, della partecipazione locale, della pace, ecc) a fronte dell’assenza di politiche alternative della sinistra istituzionale all’offensiva neoliberista del governo, alle politiche imperiali della guerra, alla crisi di rappresentanza sociale degli istituti di democrazia delegata e dei loro meccanismi burocratico-amministrativi;
- una composizione sociale complessa della mobilitazione, dai “ceti medi riflessivi” alla classe operaia, ai lavoratori autonomi, all’associazionismo sociale, alle reti diffuse “no global”, ecc., che allude ad una potenziale progettualità socioeconomica a partire dal riconoscimento delle differenze e dalla loro valorizzazione reciproca;
- la possibilità di individuare nuove forme di partecipazione sociale per rivitalizzare in forme nuove i processi di decisione pubblica.

Le amministrazioni locali e il governo dell’economia: dalla marginalità alla centralità
Nonostante il neocentralismo governativo, e la crescente privatizzazione della produzione e gestione dei servizi di interesse collettivo, che riducono i margini decisionali e economici degli enti locali, il ruolo dei municipi nel governo dell’economia è destinato a crescere. Infatti di fronte alla crisi di modelli esogeni di uso e consumo delle risorse locali nella competizione del mercato mondiale, cresce la consapevolezza dell’importanza dei beni patrimoniali locali e delle peculiarità territoriali nella produzione di ricchezza durevole e del successo di strategie di differenziazione dei modelli di sviluppo e dei prodotti fondati sulla qualità e la tipicità. Se la messa in valore in forme autosostenibili delle risorse locali (ambiente, territorio, culture e saperi locali) assume un ruolo primario nel futuro dell’economia, allora gli enti pubblici territoriali, che governano appunto queste risorse, hanno nuovi compiti: ciò che sono chiamati a decidere non è più soltanto l’erogazione dei servizi, ma l’invenzione, socialmente condivisa, del modello locale di vita, produzione e consumo, valorizzando le energie del territorio in agricoltura, nei sistemi economici a base locale, nei servizi; decidendo che cosa, come e quanto produrre per determinare la crescita del benessere.
In questo contesto di trasformazione dei ruoli, la partecipazione viene ridefinita soprattutto per concorrere alla progettazione delle scelte di futuro attraverso la crescita degli istituti di autogoverno della società locale, finalizzando le varie e frammentate forme della partecipazione in atto alla trasformazione dei modelli di vita, di consumo, di produzione verso l’autosostenibilità. Non si tratta di proporre una riduzione dei consumi, ma trasformazioni degli stili di vita che aumentino il benessere riducendo l’impronta ecologica: infatti tutti gli indicatori dimostrano con chiarezza che la crescita economica non è più un indicatore di benessere, anzi, molte volte produce povertà negli stessi paesi “sviluppati”: le curve statistiche della crescita economica non coincidono più con la curva del benessere.
In relazione a queste trasformazioni di ruoli è cresciuta una cultura amministrativa (soprattutto nelle città piccole e medie e nei territori rurali) attenta a riconoscere e a mettere in valore le potenzialità dei propri territori (paesaggi agrari e produzioni tipiche, saperi e culture ambientali, produttive e artistiche, risorse ambientali e della conoscenza, patrimoni territoriali e urbani, ecc); una cultura che, in base a una nuova coscienza delle basi locali della produzione di ricchezza durevole (coscienza di luogo), è attenta a frenare il saccheggio e il degrado di risorse territoriali ambientali e umane (da parte di attori economici forti esogeni o endogeni) e a indirizzare e governare l’economia in funzione della valorizzazione del proprio patrimonio di lunga durata.
Questo atteggiamento culturale, che appartiene ormai, seppure in forme ancora timide e contraddittorie, a molti “nuovi sindaci” e amministratori, ha messo in evidenza le nuove funzioni del municipio nel governo diretto dell’economia e, conseguentemente, la necessità di far crescere istituti di autogoverno della società locale per realizzarne i necessari presupposti di endogenità, peculiarità e autoriproducibilità del sistema socioeconomico locale.

La nuova composizione sociale dei movimenti: dalla coscienza di classe alla coscienza di luogo
La composizione sociale dei nuovi movimenti che si sono affacciati sulla scena globale negli ultimi anni è profondamente diversa da quella che caratterizzava il “dualismo antagonista ” delle classi nella società industriale matura e che connotava la profonda estraneità della classe operaia industriale rispetto ai fini della produzione: si tratta oggi di un multiverso di differenti componenti sociali (nel terzo come nel primo mondo) composto da: agricoltori che ricostruiscono un rapporto di cura con la terra, la qualità alimentare, l’ambiente, il paesaggio e attivano relazioni di scambio conviviale con la città; associazioni femminili che sperimentano simbolici e luoghi comunitari fondati sulla relazione di genere; sindacati che affrontano la ricerca di qualità dei processi produttivi e dei prodotti; associazioni ambientaliste e culturali che praticano forme capillari di difesa e cura dell’ambiente; aggregazioni giovanili che realizzano spazi pubblici e sociali autonomi; movimenti etnici che perseguono il riconoscimento delle identità linguistiche, culturali e territoriali, migranti che costruiscono nuovi spazi di cittadinanza e di scambio multiculturali; imprese produttive e finanziarie a finalità etica, ambientale e sociale; associazioni per l’autoconsumo, il consumo critico e l’acquisto solidale; reti del commercio equo e solidale; ampi settori del volontariato, del lavoro sociale, dei servizi e del lavoro autonomo, che creano reti di scambio non monetario e non mercantile, e così via.
Questo multiverso è dunque caratterizzato da componenti sociali ed economiche che sono accomunate non solo da una critica e da azioni conflittuali e di sabotaggio rispetto ai modelli dominanti di globalizzazione economica, ma anche da pratiche progettuali, da attività produttive, di vita e di consumo alternative a livello locale e da reti solidali a livello globale. Nell’elencare sinteticamente questo intricato e multiforme reticolo di energie “insorgenti”ho teso a evidenziare il fatto che queste componenti sociali, politiche ed economiche fra loro molto differenti per collocazione sociale, culturale, geografica, producono, ognuna nel proprio ambito di interesse e di azione, critica, rifiuto, conflitto, ma anche contemporaneamente riappropriazione diretta di saperi produttivi, costruzione di nuovi simbolici e immaginari; pratiche di vita e di consumo alternative a livello locale e reti solidali a livello globale; inducono di conseguenza crescita di società e identità locale attraverso l’autoriconoscimento solidale, e sedimentano sul territorio frammenti di futuro.
Questa nuova possibilità progettuale ruota, nel post-fordismo, intorno alla diffusione di forme d’impresa basate sul lavoro autonomo e cooperativo, che presuppone un riavvicinamento fra fini e mezzi della produzione. Questo riavvicinamento consente la crescita di imprese a finalità etica, in campo sociale e ambientale, che possono diventare, se valorizzate, protagoniste del nuovo sviluppo.
L’aspetto interessante di questa composizione sociale è il fatto che essa allude, nella sua complessità, alla possibilità di far precipitare e ricomporre su uno stesso territorio questi frammenti di progettualità, integrandoli in modelli socioeconomici alternativi: dall’agricoltura all’alimentazione, alla cura dell’ambiente, della città, degli spazi pubblici, alla produzione di beni e servizi pubblici, allo scambio equo e solidale, ai sistemi e reti di scambio locale non monetario, al riconoscimento delle diversità delle culture, delle produzioni e degli stili di vita, peculiari ad ogni luogo. Questa costruzione di mondi locali di vita, produzione e consumo, rende possibile tessere fra luoghi del mondo globale reti di scambi solidali e non gerarchici (che abbiamo chiamato “globalizzazione dal basso”).
E’ in queste mutazioni societarie e di comportamenti sociali che il discorso sulla partecipazione e sulla “cittadinanza attiva” si riposiziona, nell’agevolare la promozione locale di questo processo aggregativo che non riguarda più soltanto l’unione dei simili (classe, genere, etnia) o l’unione locale su un disagio specifico indotto da scelte di sviluppo esogene, ma la promozione di statuti e patti di unione dei diversi per la autoprogettazione di società locali complesse attraverso forme di autogoverno delle relazioni fra differenze e il loro reciproco riconoscimento. Si tratta in sostanza di un percorso che procede dalle mille forme di partecipazione in atto verso il loro coagularsi in nuovi istituti di autogoverno della società locale.

Il passaggio dalle esperienze di partecipazione su specifiche questioni indotte da modelli di sviluppo esogeni, alle costituenti per la produzione di scenari di futuro autodeterminati dalla comunità locale è reso possibile solo quando le nuove domande di qualità dell’abitare e di consumo sono espresse in un contesto decisionale in grado di indirizzare la qualità della produzione e le tipologie dei beni prodotti. Quando, in altri termini, si intrecciano e interagiscono le figure di abitante, consumatore, produttore, superando l’autoreferenzialità e la sovradeterminazione del settore economico.
In questo caso si danno processi di riappropriazione dei saperi produttivi, ambientali, artigiani, propri del contesto locale che consentono di finalizzare i processi produttivi al benessere collettivo e individuale e di non delegare (a grandi macchine tecnologiche, a imprese di profitto) gran parte della produzione di territorio, di qualità urbana e ambientale e di beni relazionali; determinando la possibilità di produrre innovazione nel modello di sviluppo attraverso l’attivazione di nuove figure di produttori e di filiere produttive di beni e di senso.
Questo intreccio fra questioni della qualità dell’abitare, dei modelli di consumo e della produzione nel processo di riappropriazione del territorio può produrre ad esempio pratiche sociali per la riduzione dell’impronta ecologica, laddove la mobilitazione sociale per stili di vita, di consumo e di produzione volti alla valorizzazione durevole del patrimonio territoriale crea capacità sociale di chiudere tendenzialmente cicli ecologici (delle acque, dei rifiuti, dell’alimentazione, dell’energia) a livello di ecosistema territoriale, attraverso la costruzione di un nuovo rapporto sinergico fra mondo urbano e rurale; in questo contesto il nuovo municipio deve interpretare e valorizzare i soggetti innovativi capaci di fare impresa con finalità ambientali, etiche sociali, mettendo in valore i propri giacimenti patrimoniali anziché rapinare quelli dei paesi poveri; le nuove costituenti partecipative possono costituire il luogo della valorizzazione dei nuovi soggetti etici per marginalizzare, attraverso la forza di questa nuova alleanza, il dominio dell’impresa di profitto.

I due soggetti che ho richiamato per le loro potenzialità, amministrazioni locali e nuovi movimenti, sono nel contempo gravati da limiti e vincoli nell’azione: gli uni, le amministrazioni locali, in quanto i loro orizzonti di futuro sono inscritti implicitamente in poteri sovradeterminati, rispetto ai quali possono apportare soltanto correttivi “compatibili”, allorquando decidono nella solitudine dei loro uffici; gli altri, i nuovi movimenti, in quanto frammenti minoritari in un territorio prodotto da regole ostili, scontano un defatigante processo di emarginazione che ha come orizzonte la nicchia produttiva o il conflitto.
Il nuovo municipio può rappresentare “il laboratorio” in cui l’amministrazione locale rafforza la propria autonomia progettuale dando forza alla progettualità sociale emergente, vincolando le proprie decisioni a nuovi istituti di democrazia, legittimando questi ultimi a deliberare sul futuro del proprio territorio; gli attori sociali dell’altro mondo in costruzione potrebbero trovare in questi istituti le sedi dove integrare le specificità dei propri progetti amplificandone sinergicamente la portata.

3. L’altra mondializzazione: nuovi istituti di democrazia, economia etica, nuova alleanza fra città e mondo rurale, scambi solidali fra regioni

I nuovi istituti di democrazia partecipativa, verso l’autogoverno
Gli attori da valorizzare nei nuovi istituti di democrazia partecipativa, facendoli irrompere sulla scena degli attori forti già rappresentati (ad esempio le grandi imprese pubbliche e private, le banche, i proprietari di aree), sono solitamente quelli che non hanno voce (o voce debole) nel processo decisionale istituzionale, pur rappresentando bisogni e interessi relativi alla qualità della vita nel territorio.
L’obiettivo perseguibile, dando voce a questi attori nelle “costituenti” partecipative, consiste nel produrre scenari di futuro socialmente condivisi, finalizzati all’elevamento del benessere.
Di solito (tranne che in alcune esperienze di pianificazione strategica) questi scenari non esistono nella agenda politica locale e non sono dichiarati negli atti di pianificazione: le scelte di futuro, che sono esogene e dettate dai grandi poteri pubblici e privati, fanno da sfondo implicito e “oggettivo” rispetto alle decisioni locali. Dunque il modello di sviluppo è dato, costituisce una variabile indipendente; è in un “altrove” inarrivabile ai cittadini; di conseguenza vengono evidenziati come problemi nei processi partecipativi soltanto le scelte indotte che divengono “visibili” sul territorio nella vita quotidiana: la viabilità, la casa, il verde, i servizi, l’inquinamento, il traffico, il depuratore…. Molti, troppi, processi partecipativi attivati dalle amministrazioni risentono di questa sudditanza ai poteri forti sui temi determinanti i grandi interventi sul territorio, limitando la partecipazione a temi di dettaglio “trattabili” con gli abitanti, per azioni di consensus building.
L’avvio del processo costituente di nuovi istituti di democrazia ha perciò come primo problema quello di decostruire queste esigenze immediate, risalendo alle cause che determinano elementi specifici di degrado, rendendo cioè visibili le scelte implicite del futuro progettato esogenamente; questo disvelamento (o “decolonizzazione dell’immaginario”) aiuta tutti gli attori che partecipano al processo a liberare progettualità sul futuro del territorio, rompendo i confini predeterminati dell’azione possibile.
L’occasione della attivazione dello scenario strategico per una visione di futuro condivisa può essere, volta a volta, un piano regolatore, un piano locale di sviluppo economico, un piano strategico, un’agenda XXI, l’attivazione di un bilancio partecipativo, un patto territoriale; sovente la riflessione collettiva sul futuro di un luogo promana da una mobilitazione contro un evento specifico (una fabbrica nociva, un inceneritore, un elettrodotto…) per evolversi spontaneamente verso la critica generale del modello di sviluppo e dei suoi attori forti, procedendo verso l’identificazione del patrimonio locale e verso l’obiettivo della sua cura collettiva.
Dunque, partendo dal problema/evento anche specifico, occorre che l’amministrazione locale favorisca la crescita di questa riflessione collettiva costruendo un tavolo di discussione nel quale maturi la costruzione dello scenario. In questo percorso di facilitazione della comunicazione sociale la partecipazione diventa un processo interattivo, di ascolto reciproco e di crescita di saperi contestuali, di apprendimento da parte dell’amministrazione pubblica dell’entità e della qualità del patrimonio territoriale (che sovente l’amministrazione disconosce e degrada per portare avanti politiche imposte esogenamente, dai grandi mercati, dalle economie globali).

Gli scenari di futuro condivisi diventano guida e strumento di valutazione delle decisioni pubbliche e private di tipo puntuale e settoriale, influenti sul processo di trasformazione.
Le costituenti, infine, devono saper valorizzare saperi contestuali e progetti socialmente prodotti (in campo economico, ambientale, sociale, comunicativo, culturale) individuando nel territorio e valorizzando i soggetti locali per la gestione e la realizzazione della trasformazione verso lo scenario di futuro condiviso.

Le forme del processo costituente
L’attivazione del processo richiede un atto politico: l’attivazione di statuti comunali che definiscano i diritti di rappresentanza nel sistema delle decisioni delle diverse componenti sociali e delle rappresentanze di interessi e stabiliscano le regole di funzionamento del processo partecipativo.
Il passaggio da forme consultive di partecipazione a istituti di co-decisione nel governo locale (democrazia deliberativa con i cittadini) richiede che l’organizzazione delle regole del processo sia di carattere sperimentale e specifico ad ogni contesto: non si può dare infatti, per progetti di sviluppo locale endogeno, uno statuto tipo, come non si può trasferire meccanicamente l’esperienza del bilancio partecipativo di Porto Alegre. E’ necessario che in ogni luogo, in base alle esperienze di forme di partecipazione preesistenti, alla composizione del milieu socioeconomico, al livello di densità e complessità degli attori sociali attivi sul territorio, alla qualità identitaria del patrimonio territoriale, si inneschi un processo di partecipazione e di regole statutarie peculiari al luogo stesso; pur rimanendo costante l’obiettivo del passaggio da forme puramente consultive a forme co-decisionali.
Naturalmente si apre il problema di un difficile equilibrio tra informalità e formalità dei processi decisionali, tra autonomia dei processi di organizzazione sociale e istituzioni.
Stabilire un tavolo, un patto, una costituente, qualunque sia il grado di formalizzazione del procedimento, è una scelta che richiede, pur nella salvaguardia delle rispettive autonomie, vincoli per tutti: per chi la propone, cioè le istituzioni che si “sporgono” verso la società, che trasferiscono ad essa parte dei poteri, ma anche per gli attori sociali e i movimenti che accettano il tavolo che debbono rispettarne le regole; vincoli che sono la condizione dell’ incontro “a mezza strada” per sperimentare il processo partecipativo strutturato, decisionale e continuo, verso forme di autogoverno.

Le fasi del processo costituente possono concretizzarsi, in sintesi, nei seguenti atti:
- l’avvio del processo costituente: individuazione degli attori del processo partecipativo, definizione delle regole statutarie del procedimento;
- la costituzione di un forum generale degli attori che discuta le regole statutarie, censisca i progetti socialmente prodotti e il quadro di domande sociali da organizzare come obiettivi di base per delineare un futuro socialmente condiviso, promuova l’avvio di nuove forme di spazio pubblico, nuovi luoghi aperti di espressione sociale della città e del territorio;
- la produzione di uno scenario di futuro costruito a partire da occasioni di progetti e piani di valenza generale misurati e ridefiniti attraverso le domande e i progetti posti dal sistema degli attori: si tratta di attuare il difficile passaggio dal dispiegamento dei conflitti di interesse ad un patto per lo sviluppo locale autosostenibile, dando voce e peso alla progettualità socialmente prodotta e sinergica all’implementazione dello scenario.
La costruzione dello scenario utilizza un insieme di strumenti, che possono essere in varie forme già attivi sul territorio. Per esempio: oltre al forum generale degli attori del processo, attiva modelli di bilancio partecipativo, tavoli intersettoriali delle categorie economiche, interviste ad attori privilegiati, siti web interattivi, conferenze tematiche e d’area, ecc. ;
- la valutazione e il controllo delle singole azioni di governo, di piano e di settore attraverso lo scenario strategico; valutazione riferita a indicatori di benessere socialmente condivisi per la valutazione dei processi: indicatori generali (es.: agenzia europea dell’ambiente, responsabilità sociale delle imprese, ecc) e indicatori locali, determinati in relazione allo specifico scenario di futuro definito nel forum;
- l’implementazione dello scenario attraverso progetti integrati urbani e territoriali, patti territoriali locali, con l’attivazione di uno specifico sistema di attori per ogni progetto: agenzie di sviluppo, specifiche forme di parternariato pubblico-privato, ecc. ;
- la costruzione di reti di cooperazione fra enti locali per attivare forme di globalizzazione dal basso (scambio di esperienze di eccellenza, reti solidali di città autogovernate, reti di città”disobbedienti”, forme autonome di ospitalità e rifugio, ecc); sviluppo della diplomazia degli enti locali, come contributo alle istituzioni di democrazia sopranazionali.

Gli attori del processo costituente: economia etica e solidale versus economia mercantile e di profitto
Naturalmente nel processo descritto è determinante la composizione degli attori del processo stesso: è evidente che è questa composizione (con le differenze culturali e sociali che rappresenta e i conflitti conseguenti) che determina la risultante del processo, ovvero i contenuti dello scenario. Se la posta in gioco non è solo il verde del quartiere ma la proposizione di un progetto di futuro di un territorio, il Forum degli attori deve agevolare il confronto fra l’economia, la cultura, la società attraverso una complessità di attori che siano in grado di produrre territorio socialmente condiviso.
Rispetto all’attivazione di processi partecipativi di questo tipo il suggerimento di Porto Alegre è importante, laddove i soggetti partecipanti rappresentano la complessità della società locale: attori istituzionali, attori economici, società civile. Nei forum e in tutte le fasi e le articolazioni del processo debbono essere rappresentate dunque le seguenti categorie di attori:
- attori sociali ed economici per produrre patti per un futuro autosostenibile: associazioni sociali, ambientali e culturali; rappresentanze degli agricoltori, dei commercianti, delle piccole e medie industrie, degli artigiani, del capitale finanziario, privilegiando gli attori che consentono di praticare delle politiche sulla produzione orientate all’autosostenibilità e all’equità sociale; dando peso e priorità a questo fine alle intraprese economiche e finanziarie (in particolare artigianato e microimpresa, sistemi produttivi a base locale, aziende di economia sociale, terzo settore, no profit, cooperative, ecc) che si pongono finalità etiche, di valorizzazione ambientale e sociale, di costruzione di reti di solidarietà e reciprocità; che selezionano la qualità e tipicità dei prodotti per un consumo etico in relazione alla valorizzazione durevole dei giacimenti patrimoniali locali; riducendo progressivamente in questo modo i poteri contrattuali delle imprese di profitto. Si tratta di un mondo complesso che va, nella formazione dei patti sociali per lo sviluppo locale nella società postindustriale, a costituire la componente innovativa rispetto ad una fase in cui il “patto” era siglato da amministrazioni locali, banche, associazioni industriali sindacati. Il quadro dei nuovi mestieri, delle economie sociali che operano nel territorio con finalità complesse, divengono determinanti per progettare e gestire modelli socioeconomici locali autosostenibili.per costruire consapevolezza e identità a partire dal progetto;

- attori della ‘città insorgente’ che esprime i bisogni degli abitanti della “città delle differenze”: la città delle minoranze, la città dei bambini, la città delle donne, la città multietnica del riconoscimento e della convivenza, la città della salute, la città delle banche del tempo, del consumo critico, del mutuo appoggio, delle arti di sopravvivenza, della disobbedienza, la città dell’accoglienza … L’ascolto delle differenze è una componente fondamentale del processo di costruzione della cittadinanza democratica e un arricchimento del progetto della la qualità dei luoghi dell’abitare, a fronte del permanere di una cultura progettuale della città che ha ancora come referente il maschio di età media in produzione;
- infine, gli attori istituzionali e le loro associazioni e progetti: accordi di programma, protocolli d’intesa, patti territoriali locali, progetti integrati di sviluppo locale, agende XXI, ecc. Le azioni e politiche pubbliche degli attori istituzionali in questo complesso processo di promozione della cittadinanza attiva devono essere volte a denotare e valorizzare imprese, forme e soggetti produttivi che perseguono direttamente finalità sociali di sviluppo locale autosostenibile, realizzando nel concreto delle relazioni di scambio sul territorio, nuova coesione sociale, nuove forme di scambio solidale, superando una logica di mero profitto. Perseguire l’autosostenibilità sociale, ambientale, economica, richiede l’attivazione del maggior numero di attori sociali ed economici, ricreando lo spazio pubblico per dar loro voce diretta e relazionale, affiancando agli istituti di democrazia delle nuovi istituti di espressione diretta delle rappresentanze di interessi e dei diritti di cittadinanza.

Particolare importanza nella composizione degli attori del processo partecipativo è la compresenza del mondo rurale e delle sue nuove funzioni nella produzione di beni di qualità, di filiere alimentari locali e nella produzione di beni e servizi pubblici (cura e valorizzazione dell’ambiente e del paesaggio). E’ una componente fondamentale per realizzare modelli locali di vita, di consumo e di produzione fondati sulla riduzione dell’impronta ecologica, sulla valorizzazione delle identità locali e dei consumi etici, sulla autoriproducibilità delle risorse.
Questa nuova alleanza tra mondo urbano e mondo rurale è essenziale per porre le questioni ambientali in termini di capacità di autogoverno dei processi produttivi e riproduttivi della comunità locale e non semplicemente in termini tecnici di delega a norme e impianti tecnologici eterodiretti; e per produrre nuova qualità del cibo, nuove forme di alimentazione, forme ecologiche di digestione dei nostri rifiuti, usi appropriati di energie rinnovabili, attraverso la riscoperta e la riappropriazione culturale e tecnica dei giacimenti di risorse di ogni territorio. In questo modo è possibile superare un processo partecipativo che si limita alla redistribuzione di piccole quote della spesa pubblica, verso un processo che produce nuova ricchezza durevole mettendo in valore le energie sociali nella valorizzazione dei giacimenti patrimoniali locali.

La sfida del Nuovo Municipio è dunque quella di costruire cittadinanza democratica consapevole, inclusiva, insorgente, progettando e costruendo benessere nella città e nel territorio secondo scenari di futuro socialmente condivisi; e per farlo il municipio attiva istituti di nuova democrazia partecipativa locale, dando voce e luogo per la ricomposizione dei conflitti; non solo contro gli effetti locali degradanti di modelli esogeni di sviluppo, ma per la realizzazione di nuovo legame sociale, di forme di autogoverno e di autoproduzione del proprio territorio in forme durevoli e sostenibili, subordinando l’economia e il mercato al benessere sociale. La crescita di società locali autogovernate, fondate su forme di socialità, produzione e scambio a sfondo etico, consente di superare relazioni fra individuo, impresa e mercato, verso relazioni, scambi e commerci multipolari e solidali fra sistemi socioeconomici locali, a loro volta costituiti da federazioni e unioni di Municipi, che praticano il dialogo delle differenze per una cittadinanza mondiale.

Note
(1) Questo testo costituisce un adattamento del saggio: A. Magnaghi, “La carta del nuovo municipio: attori e forme dello spazio pubblico”, in Luciano De Bonis,(a cura di ), La nuova cultura delle città. Trasformazioni territoriali e impatti sulle società, Accademia Nazionale dei Lincei, Roma, 2003; vedi anche “Per una costituente del nuovo municipio” in P. Sullo (a cura di), La democrazia possibile, IntraMoenia, Napoli 2002 (torna su).
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2) A.Magnaghi, Il progetto locale, Bollati Boringhieri, Torino 2000 (torna su).
(3) La Carta del nuovo municipio è stata promossa dal Laboratorio di progettazione ecologica degli insediamenti (LaPEI) che coordino presso l’Università di Firenze ed è stata sottoscritta da molti amministratori locali (primo firmatario il Presidente della Regione Toscana). La Carta è stata presentata al Convegno delle Autorità locali del 28-29 gennaio a Porto Alegre in Brasile da Mercedes Bresso (Presidente della Provincia di Torino); è stata ampiamente discussa in due workshop del World Social Forum di Porto Alegre (il 2 e il 4 febbraio 2002); è stata inclusa fra i documenti conclusivi della Conferenza generale sulla democrazia partecipativa dello stesso WSF; è stata discussa ai Social Forum Europei di Firenze (novembre 2002) e Parigi-St.Denis (novembre 2003) (torna su).
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4) Il cammino della “carta” ha incontrato una forte domanda di rinnovamento dei processi di legittimazione delle amministrazioni locali, riscuotendo numerose adesioni, ma soprattutto innescando processi organizzativi a rete fra amministrazioni locali al fine di promuovere costituenti partecipative (si vedano "Il Cantiere del nuovo municipio", Roma 4-5 maggio 2002, e "Dalla carta del nuovo municipio alle politiche e alle realizzazioni concrete", Empoli 5 ottobre 2002, oltre all'Assemblea costitutiva della Associazione “Rete del nuovo Municipio", Empoli, 8 novembre 2003) (torna su).

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